sabato 27 luglio 2013

Zombi – Oltre 900 titoli per non riposare in pace




In uscita nelle librerie “Zombi – Oltre 900 titoli per non riposare in pace”, del collega Francesco Lomuscio uno dei maggior esperti italiani di cinema horror.
Il titolo si inserisce nella collana Horror Project (UniversItalia) e ripercorre tutta la storia del cinema degli zombi decennio per decennio, dai tempi del muto a quelli odierni degli elaboratissimi effetti digitali e delle invasioni televisive di morti viventi.
Un lavoro certosino venuto alla luce dopo più di vent'anni di ricerche, letture di materiale cartaceo e visioni di opere audiovisive edite ed inedite in Italia, di qualsiasi nazionalità, incluse produzioni orientali, low budget e perfino amatoriali.
Il risultato  è un'opera che comprende 900 film schedati e recensiti, 213 titoli citati e più di 150 schede tecniche di cortometraggi.
 Un viaggio alla scoperta delle origini degli zombie e del lungo, lento e inesorabile cammino intrapreso nell’ambito della storia del cinema.
 Un libro da non perdere non solo per gli appassionati ma anche per chi si accosta da neofita a questo genere.
Sarà disponibile a partire dal 12 Agosto 2013 contattando la redazione horrorproject@libero.it o nei migliori mail order, oltre che acquistabile nelle librerie specializzate.

mercoledì 12 giugno 2013

Niente può fermarci



La recensione di Niente può fermarci, pubblicata su Taxidrivers
Dopo l’horror  Visions, il regista Luigi Cecinelli filma questo road movie in chiave giovanilistica, partendo da un soggetto davvero interessante.
La fuga da una clinica privata, verso Ibiza, di quattro giovani affetti da varie patologie psicofisiche. Il narcolettico Mattia (Guglielmo Amendola), l’internet-dipendente Augusto (Emanuele Propizio), l’ossessivo compulsivo Leonardo (Federico Costantini), e Guglielmo (Vincenzo Alfieri), affetto da sindrome di Tourette, che non può fare a meno di dire parolacce quando si emoziona..continua su Taxidrivers

giovedì 18 aprile 2013

Cinemacorsaro Mostre: Petrolio di Xavier Bueno




Alla Centrale Montemartini, uno dei più suggestivi siti d’archeologia industriale d’Italia, è stata inagurata ieri sera la mostra Petrolio, grande dipinto ad acrilico su tavola di oltre sette metri di lunghezza per poco meno di tre in altezza realizzato dal maestro spagnolo naturalizzato italiano Xavier Bueno (Vera de Bidasoa, 1915 - Fiesole, 1979).
La mostra, promossa da Roma Capitale, assessorato alle Politiche culturali e Centro Storico-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con Energy Trading International Spa, con la cura di Tommaso Strinati e i servizi museali di Zètema Progetto Cultura, porta alla luce un'opera praticamente inedita e un pittore di estrema raffinatezza, poco noto al pubblico delle grandi mostre d'arte.
L'opera racconta la filiera produttiva del petrolio: dalla localizzazione del sito alla costruzione dei pozzi, dall'estrazione alla raffinazione. 
Commissionata per una grande esposizione dell’energia o dell’industria del commercio energetico, in continuità con le grandi mostre internazionali industriali tipiche della cultura degli anni venti e trenta come fu quella a Roma nel 1953 all’Eur. Davanti all’opera pare quasi di percepire la fatica degli operai indaffarati con le trivelle intrise di grasso.
Le figure in primo piano, il chimico all’estrema destra, il giovane nel lato sinistro e le due figure di giovani direttori al centro sembrano quasi di matrice classico-quattrocentesca.
Il monocromatismo che pervade tutta l’opera su toni di grigio ricorda seppur con le debite differenze la Guernica di Picasso del 1937.
Far amalgamare quest’opera in un contesto cosi fortemente caratterizzato come quello della Sala Caldaie della centrale Montemartini non non era compito facile. 
Invece fra le sculture dell’antichità classica e la colossale caldaia a vapore l’opera trova la sua collocazione ideale.
Questo grazie all’allestimento progettato appositamente da Laura Inglese (architetto e scenografa, diplomata presso il Centro Sperimentale di Cinematografia), che dona all’opera una certa “leggerezza” a fronte della maestosità dell’opera e consente di apprezzarne a pieno le peculiarità.
Si tratta di una struttura autoportante, in legno, ferro e acciaio, ideata in sinergia con la Direttrice del Museo Montemartini, Emilia Talamo. Una mostra assolutamente da non perdere, 
in esposizione fino al 29 settembre 2013.

giovedì 11 aprile 2013

Ernest e Celestine


Nello splendido scenario dell’Ambasciata di Francia è stato presentato in anteprima per la stampa, il film d’animazione Ernest e Celestine di Stéphane Aubier, Vincent Patar, Benjamin Renner. Il film sceneggiato in maniera magistrale dal grande scrittore francese Daniel Pennac ha ottenuto a Cannes 65 una menzione speciale nella sezione Quinzaine des Réalisateurs. La voce dell’orso Ernest è stata affidata a Claudio Bisio, mentre la topolina Celestine ha la voce di Alba Rohrwacher. Tratta dalla serie illustrata di libri per bambini dell’autrice belga Gabrielle Vincent, la storia narra dell’amicizia apparentemente impossibile tra Ernest e Celestine. Rappresentanti di due mondi diversi e contrari, separati anche “geograficamente” (i topolini nella propria dimensione sotterranea abitano il sottosuolo, gli orsi invece vivono alla luce del giorno) i due protagonisti combattono i pregiudizi di razza che vogliono gli orsi cattivi e famelici e i topi dispettosi e fastidiosi. La prima scena del film è, infatti, incentrata nell’insegnare ai piccoli topolini ad avere paura degli orsi cattivi, ed è proprio la paura uno dei temi dominanti del film. Come ha spiegato Daniel Pennac, (presente in conferenza stampa insieme a Claudio Bisio): “La paura è una delle passioni della mia vita. Perchè da scrittore è interessante pensare che le cose peggiori che succedono derivino unicamente da quella. M’interessa sempre la paura come la passione. Io, però, non voglio mai dare dei messaggi, voglio essere me stesso, detesterei un film o un romanzo che si proponesse di demandare un semplice messaggio, perché vuol dire che non è un’opera d’arte”. Questa paura dell’altro viene nel film subito annientata dalla tenera e sincera amicizia fra Ernest e Celestine che dopo rocambolesche avventure riescono con spontaneità ad avvicinare le due comunità dimostrando nei fatti una coabitazione possibile. Quest’opera si regge sulla bellezza della pittura ad acquarello che incanta per l’apparente semplicità e su una sceneggiatura delicata ma piena di contrasti che Pennac ha portato sullo schermo con passione. Lo scrittore francese conosce molto bene le storie di Ernest e Celestine perché le raccontava alla figlia, in una metamorfosi dove lui diveniva orso e la figlia la piccola Celestine. Quest’amore per il lavoro della Vincent si ritrova tutto nella sua sceneggiatura. Da menzionare l’ottima prova di squadra dei giovani registi che sono riusciti nell’intento di suscitare emozioni e sentimenti negli spettatori. La colonna sonora originale, di Vincent Courtois, completa infine, quest’opera, dotandola di una leggerezza sospesa, come ben si evidenzia nella scena del passaggio dall’inverno alla primavera.  Nelle sale italiane dal 20 Dicembre 2012.

martedì 9 ottobre 2012

Tutti i santi giorni: il cinema italiano che ci piace



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Tutti i santi giorni, di Virzì è la storia, di “un amore purissimo, come ci ha detto il regista in conferenza stampa, due individui che vivono vite all’incontrario, hanno orari opposti, infatti, Guido (interpretato da Luca Marinelli,)  è portiere di notte in un grande albergo, Antonia  (interpretata da Federica Victoria Caiozzo in arte Thony )è un’ impiegata di giorno in un autonoleggio, con la passione per la musica, che ogni tanto di sera, si esibisce nei locali. La coppia entra in crisi perché non riesce ad avere figli e decide quindi di praticare l’inseminazione artificiale. Veniamo così catapultati in un microcosmo, dove s’intrecciano storie di aspiranti genitori, alle prese con un mondo fatto di attese, termini specialistici e speranze spesso infrante, il tutto mostrato da Virzì con uno sguardo sensibile, ironico e delicato. I due vengono filmati come se fossero un corpo solo, riuscendo a catturarne ansie  e  desideri. Devo dire che anche se nella parte centrale il film perde un po’il ritmo, questa sua ultima opera riesce a emozionare e divertire, creando una sorta di empatia fra i protagonisti e lo spettatore.  Grazie soprattutto alla bella interpretazione dei giovani attori “vestiti” da un’ottima sceneggiatura, scritta insieme a Francesco Bruni e all’autore del romanzo “La generazione “, Simone Lenzi, romanzo da cui è liberamente tratto il film.
Numerosi i temi che fanno da sfondo a quello centrale, in particolare quello di una precarietà ormai “ovvia”, i due protagonisti, infatti, fanno lavori completamente diversi rispetto alle loro competenze e qualità personali, essendo Guido un geniale latinista e conoscitore della vita dei Santi e Antonia una talentuosa cantante. Come a voler dire che ormai siamo oltre la tragedia dei laureati impiegati nei call-center. Tema che era al centro di Tutta la vita davanti del 2008.
Virzì in quest’opera evidenzia il suo talento di sceneggiatore dando vita a due personaggi davvero originali e si conferma scopritore di talenti. Infatti, se Luca Marinelli, era già comparso al cinema come protagonista del film di Saverio CostanzoLa solitudine dei numeri primi” e de “L’ultimo terrestredel fumettista “Gipi”Gian Alfonso Pacinotti, Federica Victoria Caiozzo, era alla sua prima esperienza davanti alla macchina da presa. Il regista livornese alla ricerca di volti nuovi, l’ha scoperta navigando sul web, scovando la sua pagina MySpace. Questa cantautrice siculo-polacca, che ha firmato anche la colonna sonora del film, si è dimostrata sul set intensa e spontanea.
Azzeccata anche la scelta di mostrare una Roma sfaccettata come un diamante, quella delle cupole, opulenta e bellissima e quella periferica violenta ed ignorante. Il realismo della pellicola è dovuto anche all’ottimo lavoro fatto dal direttore della fotografia il giovane, Vladan Radovic, che ha mostrato una Roma immersa nella  sua luce naturale, con uno stile quasi da documentario.
Concludendo 
-->Tutti i Santi giorni è un’opera semplice, come l’ha definita anche il regista, che però ci fa vedere con sguardo disincantato la realtà per quello che è, un film che farà sicuramente bene al cinema italiano.

martedì 18 settembre 2012

Cinemacorsaro profetico: Leone d'oro a Kim Ki-duk

La 69° Edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia ha decretato il suo vincitore, il regista koreano Kim Ki-Duk che con Pietà ha convinto la giuria, dividendo la critica. Cinemacorsaro subito dopo la proiezione al Pala Biennale aveva parlato di "Opera completa ed esteticamente bellissima...", evidentemente non ci eravamo sbagliati. Abbiamo tifato immediatamente per Kim Ki-Duk, perchè a nostro avviso é riuscito a parlare di temi universali, quali l'amore, l'odio e la pietà, pertendo da un punto di vista particolare, in una sorte di sineddoche per immagini. Speravamo in questo premio, ma dubitavamo che una giuria che si voleva allontanare dai dettami di un filone cinematografico asiatico, tanto caro al Festival targato Muller, avvese questo coraggio. Bene quindi l'assegnazione del Leone d'Oro (siamo stati i primi a stringere la mano e a complimentarci con il regista koreano in sala stampa...), peccato per gli italiani, ma va detto che le opere di Bellocchio ("La bella addormentata"), Ciprì  (" E' stato il figlio") e la Comencini ("Un giorno speciale") non hanno evidenziato quella forza espressiva che si è invece palesata in opere come Pietà o The Master. Belle sorpese invece il cinema italiano le ha riservate nella sezione Orizzonti, fra tutte "L'intervallo" di Leonardo di Costanzo e "Gli equilibristi" di Ivano De matteo. Sempre in questa sezione ci ha colpito molto "Low Tied" di Roberto Minervini con il suo sguardo sullo sguardo dei protagonisti. In attesa di Venezia 70, di seguito tutte le recenzioni di Cinemacorsaro dal Lido!

mercoledì 12 settembre 2012

"Di me cosa ne sai": analisi di una crisi


Al termine della visione del docu-drama “Di me cosa ne sai” di Valerio Jalongo, sulla crisi del cinema italiano, si ha la sensazione di essere stati derubati di qualcosa d’importante, come di non essere stati avvertiti della perdita di una cosa che ci stava molto a cuore. Eppure non si può dire che sia stato un declino rapido, ma si è strutturato nel tempo. Come nel postulato Pasoliniano s’intuiscono i “colpevoli”, ma non si hanno le prove. Si può, però, almeno cercare di capire meglio ciò che è successo analizzando le fonti che abbiamo a disposizione.
Bisogna andare indietro con gli anni, fino al luglio 1945, quando accade un fatto molto importante che si può considerare la presa di possesso simbolica, da parte dei produttori americani, del mercato europeo: il viaggio, durato circa un mese, di un gruppo di rappresentanti di tutte le maggiori case americane (Paramount, Columbia, Universal, Twentieth Century Fox, Warner Bros), in vari paesi europei.
In Italia i rappresentanti del cinema americano vengono ricevuti con tutti gli onori, come se fossero veri e propri capi di governo e ripetono la necessità di abolire, in un clima di riconquistate libertà, le leggi protezionistiche del fascismo.
É l’incontro con Pio XII che segna però il vero punto a favore dell’industria americana. L’incontro suggella un’alleanza in cui il Papa consegna ai produttori americani e mette a disposizione il suo “modesto” patrimonio di sale e la sua più autorevole voce per orientare il giudizio dei fedeli.
Il 20 settembre il consiglio dei ministri approva il decreto luogotenenziale, che non pone limiti all’importazione e abroga quasi interamente la legge fascista: le compagnie americane si possono dire ampiamente soddisfatte.
La strada è aperta. Il favore del pubblico, la sua disponibilità a immergersi nuovamente nelle immagini del cinema americano sono ottenuti sommando una serie di fattori e forze, che cooperano tra loro strettamente: dai distributori agli esercenti, dalla Chiesa alla stampa di categoria, alle forze politiche. Per necessità il governo italiano ha dovuto fare del mercato cinematografico un terreno di libera caccia, in cui, con la copertura del liberismo economico, si costituisce, di fatto, una colonizzazione e un rapporto di dipendenza quasi totale.
Si nota anche, già all’indomani dell’approvazione del decreto luogotenenziale, come si siano creati scontri precisi sul piano politico. Da una parte la sinistra, che sostiene come il cinema italiano non possa vivere senza sussidi governativi, paradossalmente viene a trovarsi allineata con un’idea di protezione economica già concessa al cinema dal fascismo e che continua a riproporre anche in tempi più vicini a noi. Dall’altra parte, a sostegno di una libera fluttuazione del mercato, sono i rappresentanti dei democristiani, guidati da Valentino Brosio, presidente di Cinecittà che dimostra di preferire che il cinema vada in mano degli americani piuttosto che delle forze di sinistra per venire usato come strumento di propaganda.
Per il momento però nessuna forza politica, comunisti compresi, si sforza di denunciare la circolazione dei film americani come strumento di propaganda e mezzo di controllo ideologico della popolazione italiana.
La “cinefagia” aggressiva dell’industria di Hollywood può trovare buoni motivi per stringere, a seconda delle circostanze, vari patti di alleanza separati, come vedremo, farà di volta in volta.
Ricordare l’aneddoto del viaggio in Italia dei rappresentanti di tutte la maggiori case di produzione americane e poi vedere all’inizio del documentario di Jalongo i multisala con tutti i loro nomi splendenti fa pensare che un collegamento e anche poco casuale ci deve pur essere.
Nel febbraio 1946 venne dichiarata libera la produzione e distribuzione dei film stranieri e fu abolito ogni dazio.
Poco dopo, nel dicembre del 1949, fu varata la legge Andreotti sul cinema, ispirata nei meccanismi di salvaguardia del cinema nazionale, a quella del 1938 (legge Alfieri).
La tassa sul doppiaggio divenne “prestito obbligatorio in cambio di buoni”, mentre il divieto di esportazione di valuta costrinse la MGM, nel 1951, a reinvestire in Italia parte dei suoi incassi: con essi girò Quo Vadis? a Cinecittà.
La politica andreottiana risollevò nuovamente il fatturato dell'industria nostrana incrementando esponenzialmente le produzioni annue, 27 furono i film prodotti nel travagliatissimo 1945 di Roma città aperta, 170 quelli prodotti e distribuiti nel 1953.
Tale legge imponeva che un film per essere italiano deve avere almeno il 50% di personale italiano e consentiva alle coproduzioni di usufruire degli incentivi statali e ciò aprì le porte dell’Italia e di Cinecittà a inglesi, tedeschi, spagnoli e, soprattutto, americani interessati a sfruttare le locations italiane.
I successivi venti anni furono gli anni d’oro del cinema italiano che giunse a concorrere alla pari con il colosso hollywoodiano.
Nel 1972 però la legge Andreotti venne soppiantata dalla nuova normativa promossa da un socialista, tale Corona in base alla quale avrebbero potuto accedere ai finanziamenti pubblici solo le pellicole ad intera produzione italiana.
Inizia il declino, impedendo di girare in inglese, si toglie il respiro internazionale alle opere, e i capitali affluiti in Italia grazie alle coproduzioni con cui il cinema italiano aveva potuto prosperare ed essere ammirato nel mondo, vengono a mancare.
A metà degli anni Settanta, nell’arco di appena tre anni, i tre maggiori produttori italiani (De Laurentis, Ponti, Grimaldi) lasceranno il paese per approdare ai più prosperosi lidi statunitensi.
De Laurentiis ipotizza che la legge Corona -che assestò il primo pesante colpo all’industria cinematografica italiana- fu concepita per venire incontro ai desideri degli americani.
Si tratta di dichiarazioni provenienti da una fonte che ben conosce non solo gli ambienti dei produttori e dei distributori italiani ma anche il potente sistema delle major hollywoodiane.
Dal punto di vista della distribuzione e della produzione cinematografica i finanziamenti cominciano a scarseggiare, con il conseguente calo dei fatturati.
Sarà forse un caso, ma gli anni della legge Corona sul cinema e l’esodo dei maggiori produttori cinematografici italiani coincidono con la normativa che cominciò a spezzare il monopolio televisivo della RAI con la concessione alle piccole emittenti televisive di trasmettere localmente.
Fra i soggetti che si precipitarono immediatamente nell’avventuroso mondo delle emittenti commerciali, troviamo Tele Malta degli editori Rizzoli, gli stessi che assecondarono l’assalto piduista al Corriere della Sera con il concorso del banchiere Roberto Calvi e Tele Torino su cui si stagliava l’ombra dell’aristocratico piduista Edgardo Sogno, con intensi contatti americani ed inglesi.
Strane coincidenze……
In quegli anni le prime emittenti televisive locali avevano budget e palinsesti modesti ma determinate forze politiche ed economiche compresero più e meglio delle sinistre le potenzialità del mezzo dal punto di vista culturale e furono altrettanto leste a cogliere il senso della cultura “popolare” o “bassa”.
La sinistra egemonizzata dal PCI, troppo occupata nei suoi distinguo fra cultura “alta” e subcultura, si mosse con estremo ritardo, mentre le nuove destre si giovarono delle possibilità offerte dai nuovi media, oltre che della centralità dei meccanismi pubblicitari. Quanto vi sia poco di casuale in queste tendenze è dimostrato proprio da quell’ormai celebre e citatissimo Piano di Rinascita Democratica della loggia P2 controllata dall’ineffabile Venerabile Gelli al centro di mille trame e mille misteri italiani. Accanto all’obiettivo di condizionare pesantemente l’informazione della carta stampata, Gelli & c. si proponevano di “dissolvere” la RAI TV in nome della libertà di antenna.
Alla luce di tali intenti non stupisce l’interesse nei confronti della televisione privata e commerciale da parte degli iscritti alla P2 compreso il Cavalier Silvio Berlusconi.
Per converso fra gli intellettuali di “sinistra” Pasolini fu tra i pochissimi a capire la portata della cultura intesa nella sua interezza, senza trascurare gli aspetti sub culturali fino a quelli rientranti nell’ambito della deculturazione.
Inizia così l’emorragia di spettatori dalle sale cinematografiche e in pochi anni la produzione cinematografica cala da 250 a 90 film.
Fra tante avventure catodiche di breve respiro, solo quella del giovane Cavalier Silvio Berlusconi, resiste: divenuto presto padrone incontrastato delle concessioni pubblicitarie, si concentra anche sulla programmazione cinematografica in televisione facendo incetta di pacchetti di film come quelli del magazzino della Titanus di Goffredo Lombardi.