Al
termine della visione del docu-drama “Di me cosa ne sai” di Valerio Jalongo,
sulla crisi del cinema italiano, si ha la sensazione di essere stati derubati
di qualcosa d’importante, come di non essere stati avvertiti della perdita di
una cosa che ci stava molto a cuore. Eppure non si può dire che sia stato un
declino rapido, ma si è strutturato nel tempo. Come nel postulato Pasoliniano
s’intuiscono i “colpevoli”, ma non si hanno le prove. Si può, però, almeno
cercare di capire meglio ciò che è successo analizzando le fonti che abbiamo a
disposizione.
Bisogna
andare indietro con gli anni, fino al luglio 1945, quando accade un fatto molto
importante che si può considerare la presa di possesso simbolica, da parte dei
produttori americani, del mercato europeo: il viaggio, durato circa un mese, di
un gruppo di rappresentanti di tutte le maggiori case americane (Paramount,
Columbia, Universal, Twentieth Century Fox, Warner Bros), in vari paesi
europei.
In
Italia i rappresentanti del cinema americano vengono ricevuti con tutti gli
onori, come se fossero veri e propri capi di governo e ripetono la necessità di
abolire, in un clima di riconquistate libertà, le leggi protezionistiche del
fascismo.
É
l’incontro con Pio XII che segna però il vero punto a favore dell’industria
americana. L’incontro suggella un’alleanza in cui il Papa consegna ai
produttori americani e mette a disposizione il suo “modesto” patrimonio di sale
e la sua più autorevole voce per orientare il giudizio dei fedeli.
Il 20
settembre il consiglio dei ministri approva il decreto luogotenenziale, che non
pone limiti all’importazione e abroga quasi interamente la legge fascista: le
compagnie americane si possono dire ampiamente soddisfatte.
La
strada è aperta. Il favore del pubblico, la sua disponibilità a immergersi
nuovamente nelle immagini del cinema americano sono ottenuti sommando una serie
di fattori e forze, che cooperano tra loro strettamente: dai distributori agli
esercenti, dalla Chiesa alla stampa di categoria, alle forze politiche. Per necessità
il governo italiano ha dovuto fare del mercato cinematografico un terreno di
libera caccia, in cui, con la copertura del liberismo economico, si
costituisce, di fatto, una colonizzazione e un rapporto di dipendenza quasi
totale.
Si nota
anche, già all’indomani dell’approvazione del decreto luogotenenziale, come si
siano creati scontri precisi sul piano politico. Da una parte la sinistra, che
sostiene come il cinema italiano non possa vivere senza sussidi governativi,
paradossalmente viene a trovarsi allineata con un’idea di protezione economica
già concessa al cinema dal fascismo e che continua a riproporre anche in tempi
più vicini a noi. Dall’altra parte, a sostegno di una libera fluttuazione del
mercato, sono i rappresentanti dei democristiani, guidati da Valentino Brosio,
presidente di Cinecittà che dimostra di preferire che il cinema vada in mano
degli americani piuttosto che delle forze di sinistra per venire usato come
strumento di propaganda.
Per il
momento però nessuna forza politica, comunisti compresi, si sforza di
denunciare la circolazione dei film americani come strumento di propaganda e
mezzo di controllo ideologico della popolazione italiana.
La
“cinefagia” aggressiva dell’industria di Hollywood può trovare buoni motivi per
stringere, a seconda delle circostanze, vari patti di alleanza separati, come
vedremo, farà di volta in volta.
Ricordare
l’aneddoto del viaggio in Italia dei rappresentanti di tutte la maggiori case
di produzione americane e poi vedere all’inizio del documentario di Jalongo i
multisala con tutti i loro nomi splendenti fa pensare che un collegamento e
anche poco casuale ci deve pur essere.
Nel
febbraio 1946 venne dichiarata libera la produzione e distribuzione dei film
stranieri e fu abolito ogni dazio.
Poco
dopo, nel dicembre del 1949, fu varata la legge Andreotti sul cinema, ispirata nei meccanismi di salvaguardia del cinema nazionale, a
quella del 1938 (legge Alfieri).
La tassa sul doppiaggio divenne “prestito obbligatorio in cambio
di buoni”, mentre il divieto di esportazione di valuta costrinse la MGM, nel
1951, a reinvestire in Italia parte dei suoi incassi: con essi girò Quo Vadis? a Cinecittà.
La politica andreottiana risollevò nuovamente il fatturato
dell'industria nostrana incrementando esponenzialmente le produzioni annue, 27
furono i film prodotti nel travagliatissimo 1945 di Roma città aperta, 170 quelli prodotti e distribuiti nel 1953.
Tale legge imponeva che un film per essere italiano deve
avere almeno il 50% di personale italiano e consentiva alle coproduzioni di
usufruire degli incentivi statali e ciò aprì le porte dell’Italia e di
Cinecittà a inglesi, tedeschi, spagnoli e, soprattutto, americani interessati a
sfruttare le locations italiane.
I
successivi venti anni furono gli anni d’oro del cinema italiano che giunse a
concorrere alla pari con il colosso hollywoodiano.
Nel 1972
però la legge Andreotti venne soppiantata dalla nuova normativa promossa da un
socialista, tale Corona in base alla quale avrebbero potuto accedere ai
finanziamenti pubblici solo le pellicole ad intera produzione italiana.
Inizia
il declino, impedendo di girare in inglese, si toglie il respiro internazionale
alle opere, e i capitali affluiti in Italia grazie alle coproduzioni con cui il
cinema italiano aveva potuto prosperare ed essere ammirato nel mondo, vengono a
mancare.
A metà
degli anni Settanta, nell’arco di appena tre anni, i tre maggiori produttori
italiani (De Laurentis, Ponti, Grimaldi) lasceranno il paese per approdare ai
più prosperosi lidi statunitensi.
De
Laurentiis ipotizza che la legge Corona -che assestò il primo pesante colpo
all’industria cinematografica italiana- fu concepita per venire incontro ai
desideri degli americani.
Si
tratta di dichiarazioni provenienti da una fonte che ben conosce non solo gli
ambienti dei produttori e dei distributori italiani ma anche il potente sistema
delle major hollywoodiane.
Dal
punto di vista della distribuzione e della produzione cinematografica i
finanziamenti cominciano a scarseggiare, con il conseguente calo dei fatturati.
Sarà
forse un caso, ma gli anni della legge Corona sul cinema e l’esodo dei maggiori
produttori cinematografici italiani coincidono con la normativa che cominciò a
spezzare il monopolio televisivo della RAI con la concessione alle piccole
emittenti televisive di trasmettere localmente.
Fra i
soggetti che si precipitarono immediatamente nell’avventuroso mondo delle
emittenti commerciali, troviamo Tele Malta degli editori Rizzoli, gli stessi
che assecondarono l’assalto piduista al Corriere della Sera con il concorso del
banchiere Roberto Calvi e Tele Torino su cui si stagliava l’ombra
dell’aristocratico piduista Edgardo Sogno, con intensi contatti americani ed
inglesi.
Strane
coincidenze……
In
quegli anni le prime emittenti televisive locali avevano budget e palinsesti
modesti ma determinate forze politiche ed economiche compresero più e meglio
delle sinistre le potenzialità del mezzo dal punto di vista culturale e furono
altrettanto leste a cogliere il senso della cultura “popolare” o “bassa”.
La
sinistra egemonizzata dal PCI, troppo occupata nei suoi distinguo fra cultura
“alta” e subcultura, si mosse con estremo ritardo, mentre le nuove destre si
giovarono delle possibilità offerte dai nuovi media, oltre che della centralità
dei meccanismi pubblicitari. Quanto vi sia poco di casuale in queste tendenze è
dimostrato proprio da quell’ormai celebre e citatissimo Piano di Rinascita
Democratica della loggia P2 controllata dall’ineffabile Venerabile Gelli al
centro di mille trame e mille misteri italiani. Accanto all’obiettivo di
condizionare pesantemente l’informazione della carta stampata, Gelli & c.
si proponevano di “dissolvere” la RAI TV in nome della libertà di antenna.
Alla
luce di tali intenti non stupisce l’interesse nei confronti della televisione
privata e commerciale da parte degli iscritti alla P2 compreso il Cavalier
Silvio Berlusconi.
Per
converso fra gli intellettuali di “sinistra” Pasolini fu tra i pochissimi a
capire la portata della cultura intesa nella sua interezza, senza trascurare
gli aspetti sub culturali fino a quelli rientranti nell’ambito della
deculturazione.
Inizia
così l’emorragia di spettatori dalle sale cinematografiche e in pochi anni la
produzione cinematografica cala da 250 a 90 film.
Fra
tante avventure catodiche di breve respiro, solo quella del giovane Cavalier
Silvio Berlusconi, resiste: divenuto presto padrone incontrastato delle
concessioni pubblicitarie, si concentra anche sulla programmazione
cinematografica in televisione facendo incetta di pacchetti di film come quelli
del magazzino della Titanus di Goffredo Lombardi.